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PIO XI, IL PAPA ALPINISTA: UNA CIMA TRA FEDE E ROCCIA
di [Nome Giornalista della Valsassina]
Nel panorama dei grandi protagonisti del Novecento, pochi personaggi riescono a coniugare spiritualità, cultura e passione per la montagna come fece Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI. In occasione del 150° anniversario dalla sua nascita, vale la pena riscoprire un aspetto affascinante e spesso trascurato del suo profilo: la straordinaria attività alpinistica. Non si tratta di una semplice nota biografica, ma di un elemento identitario che segnò profondamente la formazione del “Papa alpinista”, definizione che non è solo simbolica, ma storicamente fondata.
Nato a Desio nel 1857, Achille Ratti si avvicinò alla montagna sin da giovane, esplorando le vette delle Prealpi lombarde in compagnia dello zio Don Damiano. Ma fu negli anni tra il 1885 e il 1913 che l’attività alpinistica di Ratti prese forma concreta, diventando un impegno regolare e appassionato. Salì il Legnone, la Grigna Settentrionale, il Gran Paradiso, l’Argentera, il Monviso, la Marmolada, solo per citare alcune cime. Lontano dai riflettori, con corda, picozza e passo deciso, Ratti seppe affrontare itinerari impegnativi, spesso in compagnia dell’amico fraterno Don Grasselli.
Non era alpinismo di circostanza, quello di Ratti: era autentica esplorazione e profondo amore per l’ambiente alpino. A testimoniarlo, oltre alle numerose ascensioni, anche il suo coinvolgimento nel Club Alpino Italiano, di cui fu membro attivo della sezione di Milano sin dal 1888, entrando nel consiglio direttivo nel 1890. Lo stesso CAI di Desio lo nominò socio onorario nel 1921, quando era già Nunzio Apostolico in Polonia. Anche l’Alpine Club britannico, riconoscendone il valore, lo invitò a far parte dei suoi membri onorari nel 1922 — invito declinato con garbo, ma con gratitudine.
Achille Ratti vedeva nella montagna non solo un campo sportivo, ma un luogo di elevazione dello spirito. Ogni salita diventava esercizio di introspezione, di disciplina e di contemplazione della grandezza del Creato. Un pensiero, questo, in sintonia con la tradizione di un alpinismo clericale colto e illuminato, che ha radici profonde nell’arco alpino.
Come non ricordare, accanto a Ratti, figure come Don Gnifetti — a cui è intitolata l’omonima punta sul Monte Rosa — o l’abate Gorret, che prese parte alla prima salita italiana del Cervino? E ancora, l’abate Stoppani, celebre geologo e primo presidente della sezione milanese del CAI. Uomini di fede e di scienza, pionieri di un alpinismo che sapeva coniugare sapienza, spiritualità e impegno fisico.
L’ultima impresa alpinistica di Ratti si compì nel 1913, pochi anni prima della sua elezione al soglio pontificio. Fu una salita alla Grigna Settentrionale, per la via del Canalone, con un soggiorno di quattro giorni al rifugio di vetta e discesa a Esino. Un atto d’amore, quasi simbolico, verso le sue montagne lombarde. Un saluto alle rocce prima di salire – stavolta in senso metaforico – verso le più alte responsabilità della Chiesa universale.
Come giornalista e uomo di montagna, sento nelle vicende di Achille Ratti un’eco familiare. L’alpinismo, specie quello vissuto nella sua dimensione interiore, ha la forza di educare alla verità, alla perseveranza, al silenzio. E così fece con Ratti: forgiò il carattere di un uomo che, salito tra le vette innevate, avrebbe poi guidato la Chiesa attraverso le tempeste della storia con passo saldo e visione lucida.
La montagna non è mai solo roccia. È scuola di vita. E nel caso di Pio XI, fu anche fucina di fede, palestra di pensiero e sentiero verso il papato. A noi, oggi, il compito di riscoprire e raccontare questo prezioso legame. Con gratitudine e rispetto.
Per chi percorre i sentieri della Valsassina e ama perdersi tra le pareti della Grigna o le luci del Legnone, sapere che anche un Papa – e che Papa! – ha camminato su quegli stessi crinali, è più di una curiosità. È un invito: a camminare con lo sguardo alto, verso orizzonti più vasti.
Come già accennato, gli anni decisivi dell’attività alpinistica di don Achille Ratti furono il 1889 e il 1890. Fu proprio nell’estate del 1889 che il futuro Papa compì una delle imprese più importanti della sua carriera alpina: la salita della parete est del Monte Rosa, lungo la via aperta nel 1872 da Plendebury e Taylor, insieme alle guide Imseng, Oberto e Spechtenhauser.
La parete est del Monte Rosa è una delle più imponenti delle Alpi: 2500 metri di dislivello, un fronte glaciale maestoso, esposto a est e quindi soggetto a notevoli pericoli oggettivi. Una parete che già allora impressionava per le sue proporzioni, tanto da meritare – secondo un’annotazione dell’epoca – “un viaggio dall’Inghilterra” solo per vederla.
Nel 1881, quella stessa parete fu teatro della prima grande tragedia dell’alpinismo italiano: la cordata di Damiano Marinelli venne travolta da una valanga nel canalone che oggi porta il suo nome, così come il rifugio posto lungo l’itinerario di avvicinamento. L’incidente ebbe tale risonanza da generare una vera e propria interrogazione parlamentare con l’ipotesi di vietare l’alpinismo.
Don Ratti non si lasciò scoraggiare. Con lui l’amico don Grasselli e due guide esperte di Courmayeur: Giuseppe Gadin e Alessio Proment. La cordata partì da Macugnaga il 29 luglio 1889, raggiunse la capanna Marinelli in serata e si mosse all’una di notte del giorno successivo.
Don Ratti, con l’occhio dello studioso e lo spirito del montanaro prudente, aveva preparato con scrupolo la salita. Scriveva infatti:
“Non era neppur uopo di tante esperienze precedenti per stabilire che avevamo soprattutto bisogno di trovare il ghiaccio compatto, il tempo bello e freddo.”
Questa consapevolezza non impedì la difficoltà dell’ascesa, ma ne ridusse i rischi. Verso le 19:30 del 30 luglio, dopo quasi 18 ore di salita, la cordata raggiunse la punta est della Dufour. L’aneroide segnava 4600 metri.
La discesa era impossibile, e così la cordata si preparò a un bivacco in quota. Don Ratti ricorderà:
“Il caffè era congelato, il vino e le uova inservibili… Ma chi avrebbe potuto dormire con quella purissima aria […] sotto quel cielo del più cupo zaffiro […] in quel silenzio…”
All’alba del 31 luglio salirono la vetta della Dufour e iniziarono la lunga discesa verso Zermatt, compiendo – attraverso il colle Zumstein – la prima traversata del Monte Rosa da Macugnaga a Zermatt. Un nuovo bivacco si rese necessario, nei pressi del Riffel, a causa della cecità temporanea della guida Gadin per il riverbero solare. Arrivarono a Zermatt con un giorno di ritardo.
Un’impresa di grande valore tecnico e morale, affrontata con preparazione e spirito non temerario, come egli stesso scrisse:
“L’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli ma questione di prudenza, un poco di coraggio, forza e costanza.”
Subito dopo il Monte Rosa, Achille Ratti rivolse lo sguardo al “più nobile scoglio d’Europa”: il Cervino. Il gruppo si trovava a Zermatt e, dopo una breve ricognizione ai piedi della montagna, il 6 agosto 1889 decise di affrontare la salita.
A tentarla furono don Ratti, le guide Gadin, Proment e la nuova aggiunta Francesco Bich di Valtournenche. Don Grasselli, provato dalla precedente impresa, rimase a valle.
La scelta fu audace: salire direttamente da Zermatt alla vetta senza sostare alla capanna Hörnli, come era prassi. Una vera maratona verticale, che iniziò a mezzanotte. Alle quattro del mattino erano alla capanna, da lì continuarono, “di roccia in roccia, di cresta in cresta”.
La vetta fu raggiunta nel tardo pomeriggio. Don Ratti annota:
“Il sole versava declinando i suoi ultimi splendori […] non dimenticherò più la spaventevole bellezza degli abissi che si sprofondano a picco dalla parte di Valtournanche.”
Per la seconda volta in pochi giorni, la cordata dovette bivaccare in quota. Ma ancora una volta, l’esperienza divenne contemplazione:
“Quella notte mi parve, per certi rispetti, ancora più stupenda di quella passata sul Monte Rosa.”
Il giorno dopo, alla Hörnlihütte, ritrovarono don Grasselli, salito loro incontro. Il 9 agosto il gruppo attraversò il Teodulo e rientrò a Valtournenche. L’intensa campagna alpinistica del 1889 era conclusa.
Nel 1890, don Ratti si rivolse al Monte Bianco, con l’intenzione di scendere lungo l’itinerario percorso da Martelli l’anno precedente. Ma le guide Gadin e Proment suggerirono una variante: una discesa per una via in parte nuova, tutta italiana.
Dopo due salite di acclimatamento, il 30 luglio la cordata – a cui si era unito don Giovanni Bonin – raggiunse il rifugio Sella. Il 31 luglio, con partenza alle 4 del mattino, giunsero in vetta a mezzogiorno.
Le condizioni meteorologiche non permisero la discesa verso Courmayeur. Fu scelta la via francese, pernottando così nella nuovissima capanna Vallot, di cui furono i primi ospiti.
Il 1° agosto, sotto tempo più favorevole, proseguirono verso il colle di Bionassay e da lì discesero per il ghiacciaio del Dome – itinerario che don Ratti contribuì a definire e che nel tempo sarebbe diventato la via normale italiana al Monte Bianco.
Chiude questa straordinaria stagione alpinistica un evento dal tono più simbolico che tecnico. Nella notte tra il 31 dicembre 1899 e il 1° gennaio 1900, don Ratti salì il Vesuvio con alcuni soci della Sezione di Napoli del CAI.
Dopo il brindisi di mezzanotte a casa Césaro, il gruppo raggiunse l’orlo del cratere giusto in tempo per vedere sorgere il nuovo secolo:
“Un’infinita bianchezza si diffondeva pel cielo sereno […] riflesso nello specchio di mare increspato dalla brezza mattutina.”
Non fu una salita difficile, ma fu certamente significativa: l’uomo che avrebbe guidato la Chiesa nel XX secolo vide nascere quel tempo nuovo da una vetta, in una perfetta sintesi di contemplazione, spiritualità e tensione verso l’alto.
Un ringraziamento al CAI di Desio per la ricerca effettuata sul territorio e dalla quale ha tratto spunto l’articolo.
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