Bocchetta di Stavello, tra le trincee dimenticate della Val Fraina

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Bocchetta di Stavello, tra le trincee dimenticate della Val Fraina: pietra, silenzi e memorie d’altura

 

Nel cuore più severo delle Orobie lecchesi, tra le vette aspre e i silenzi rotti solo dal soffio del vento, si cela uno dei più suggestivi e dimenticati capitoli della storia militare italiana: la Bocchetta di Stavello, punto strategico sul crinale tra la Val Fraina e la Val Gerola, fu teatro di importanti lavori di fortificazione durante il primo conflitto mondiale, come parte del sistema difensivo della Linea Cadorna.

Per raggiungerla, basta seguire l’itinerario che sale al Monte Rotondo e alla Colombana, un sentiero impervio ma di rara bellezza che si snoda tra rododendri e larici, fino a quota 2.380 metri. Qui, dove la montagna sembra respirare storia, si trovano due appostamenti realizzati con muri in pietra a secco e feritoie in cemento: testimonianze tangibili della tensione militare che permeava l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento.

Più in alto, lungo la cresta, i ruderi di una piccola caserma raccontano di presenze umane sospese tra nevi e fulmini. Serviva da ricovero per le truppe di sorveglianza, costantemente esposte alle intemperie e a un nemico che, in realtà, non arrivò mai. Subito dopo si snoda un sistema di camminamenti, oggi in parte inghiottiti dalla vegetazione, ma ancora leggibili nella topografia del terreno: piccoli solchi tracciati con fatica, spesso scavati nella roccia o sostenuti da muri a secco, percorsi in silenzio da centinaia di soldati.

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A quota 2.120, sul versante che guarda verso la Val Gerola, si apre una seconda postazione, strategicamente posizionata, composta da feritoie e camminamenti per fucilieri: ogni pietra qui parla di vigilanza, di attese lunghe e gelide, di uno sguardo sempre puntato a nord, verso quella frontiera alpina che doveva essere l’ultima barriera difensiva del Regno d’Italia.

Più in alto ancora, a quota 2.380, ecco i resti più imponenti: una postazione costruita ad emiciclo, forma pensata per garantire un ampio raggio d’azione al fuoco difensivo. E poco sotto la vetta del Monte Rotondo, su un terrazzo naturale con vista mozzafiato, si trova una piazzola per un cannone, ancora riconoscibile nella sua struttura circolare. Un simbolo, questo, della volontà di rendere ogni cima un baluardo.

Ma tutto questo arsenale di pietra, ferro e calce non sparò mai un colpo nella Prima guerra mondiale. La Linea Cadorna, di cui queste strutture fanno parte, non fu mai coinvolta in combattimenti su vasta scala. Eppure la sua esistenza fu cruciale: deterrente, simbolo di preparazione, banco di prova per l’ingegneria militare dell’epoca.

  • ltm lecco

Durante la Seconda guerra mondiale, invece, alcune di queste postazioni vennero riutilizzate da gruppi partigiani come rifugi o punti di osservazione, sfruttando proprio la difficoltà d’accesso e l’ampia visibilità. Testimonianze locali narrano che nei pressi della Bocchetta di Stavello si verificarono brevi scontri tra i patrioti e pattuglie fasciste in ricognizione.

Oggi, i resti sono ancora lì. In silenzio. La pietra invecchia, il muschio sale, il vento racconta. Gli escursionisti che salgono fino alla Bocchetta di Stavello o proseguono verso il Monte Rotondo non percorrono solo un sentiero alpino, ma camminano dentro la storia. Ogni feritoia è uno sguardo fisso sul passato; ogni casamatta, un’eco del timore e del sacrificio.

Un patrimonio fragile ma prezioso, che andrebbe protetto, studiato e raccontato. Perché le montagne non dimenticano, e camminare tra queste alture significa riscoprire un pezzo di memoria collettiva scolpita nella roccia.

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