La seconda vita del Mulino Ripamonti a Mandello, l’ultimo lungo la roggia

MULINO

di Federica Lassi

Foto di Adriana Anghileri

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La presenza della roggia a Mandello ha fatto sì che, lungo di essa, sorgessero svariate attività: filatoi, concerie di pelli, mulini. Ogni struttura traeva vantaggio dalla forza motrice generata dalle acque del Meria per prosperare: una di queste era il Mulino Ripamonti, che ha dato nome alla frazione di Molina con la sua ruota alta 6 metri visibile dalla piazza principale. Proprietari erano i bisnonni di Federico Andreoli che, mettendosi di buona lena, ha avviato nel 2010 un’ampia operazione di recupero e restauro della struttura, incentivato dalle storie che sua nonna gli raccontava durante l’infanzia, tutte incentrate su quanto accadeva nel mulino prima che venisse chiuso nel 1947, vero e proprio luogo di aggregazione dove si svisceravano i problemi della comunità e da cui partivano tutte le notizie. Fatti che sono rimasti ben scolpiti nella mente di Federico. “Il mulino era ridotto a un deposito, quando mi è venuta l’idea di ripulirlo e di tirare su il pavimento, ricoperto di calce, con uno scalpello, dal quale sono emerse le vecchie macine – racconta -. Andando avanti con le pulizie ho scoperto un muro di lamiere e dietro un deposito di sabbia, con dentro delle bottiglie. Tolte le lamiere ho trovato il telaio che sorregge i palmenti. Palmenti costituiti da due grosse pietre, quella inferiore definita dormiente, ovvero la macina che sta a terra, e la mola, parte che ha la funzione di macinare i semi”. Con il supporto di alcuni documenti antichi (il Mulino Ripamonti è uno dei pochi mulini a conservare ancora gli orginali), in particolare di alcune perizie scritte da tecnici preposti dal Governo che descrivevano in modo dettagliato come lavorava il mulino e tutto quello che c’era all’interno, Federico è riuscito a ricostruire i due palmenti completi recuperando pezzi dalla Valtellina e dal Veneto, riportando il Mulino Ripamonti al suo originario splendore. Un grosso lavoro di restauro che Federico ha ultimato durante il Covid, lavorando alla vecchia maniera, servendosi di leve e palanchi perché nel mulino non si entrava con mezzi meccanici.

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La storia del Mulino Ripamonti è lunga quanto la roggia che lo costeggia. Quest’ultima risale infatti al 1400, mentre il mulino è sorto poco dopo. Nel catasto teresiano del 1722, nella zona dell’attuale struttura, veniva indicata la presenza di un mulino. “Il nonno di mia nonna l’ha preso poi in affitto dai conti Airoldi di Lecco nel 1863”, spiega Federico. Inizialmente era un mulino banale, poi è diventato aperto a tutti e fuori si formavano
code di persone per farsi macinare miglio, orzo, segale e mais dal mugnaio, mestiere che costringeva chi lo praticava a vivere la sua vita all’interno del mulino.
“Il nonno di mia nonna viveva nel mulino, non andava mai a casa – sottolinea Andreoli -. All’interno della struttura abbiamo trovato anche una branda che lo testimonia, anche perché quando le macine smettevano di lavorare il frumento bisognava impedire che sfuggissero tra loro. A lanciare il segnale ci pensava un campanello che suonava a qualsiasi ora del giorno e della notte, perciò era necessario essere pronti a intervenire”.
Rispetto alla macinatura moderna, quella a pietra consente di avere una farina completa di tutti i valori nutritivi, nonostante avesse un tempo limitato di conservazione.
Tornando alla struttura del Mulino Ripamonti, prima di entrare è visibile la ricostruzione della ruota, alta però due metri a differenza di sei originari, mentre all’interno si possono osservare i due palmenti, di cui uno ancora in fase di restauro. C’è poi uno sgranapannocchie manuale, un’antica macina a mano recuperata in un convento, i documenti originali del mulino, i disegni della ruota realizzati da una ditta di Vercurago, la pesa per i sacchi e i setacci per separare la crusca da dare agli animali. Le due macine, da 400 kg l’una, servivano una per macinare il mais, e l’altra, di cui Federico sta ricostruendo tutto il telaio di contenimento insieme al pavimento di destra, per i cereali.

Nonostante non sia più in funzione, il Mulino continua a tramandare la sua storia e a essere un punto di ritrovo per i visitatori delle Giornate Fai (nella primavera 2024) e delle Giornate europee dei mulini, oltre che per le scuole, tutti interessati a conoscere come si produceva una volta la farina. Anche perché, lungo la roggia, è rimasta l’unica struttura a poterlo raccontare.

Chi fosse interessato a visitare il Mulino Ripamonti può mandare una mail a [email protected]

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