
Cultura, territorio ed eventi da vivere
Il Lariosauro: tra fossili, misteri e draghi d’acqua dolce
di Maurizio Sala
Nel cuore delle Alpi lombarde, là dove le montagne si specchiano nei silenzi profondi del Lago di Como, la leggenda si mescola alla scienza e l’immaginazione scivola tra le onde. È in questo scenario che prende forma la figura enigmatica del Lariosauro, creatura metà verità paleontologica, metà suggestione popolare, capace ancora oggi di solleticare la fantasia di escursionisti, pescatori e bambini col naso appoggiato ai vetri delle barche in cerca di qualcosa… di più.
Prima di entrare nel regno delle leggende, è giusto fare un passo indietro nel tempo. Parliamo di circa 240 milioni di anni fa, nell’era del Triassico: il Lariosaurus balsami, questo il nome scientifico, era un rettile marino, lungo meno di un metro, con corpo allungato e zampe palmate, adattato alla vita acquatica. Non un mostro, quindi, ma un piccolo e agile predatore delle lagune salmastre che allora coprivano parte dell’Europa.
I primi resti fossili furono ritrovati proprio nei dintorni del lago che oggi porta il suo nome: il Larius latino, ovvero il nostro Lago di Como. Un legame toponomastico che ha reso questo animale uno dei simboli geologici più iconici della Lombardia, oggi custodito nei musei paleontologici di Lecco e Milano.
Ma la scienza, si sa, racconta i fatti. È il mito che ci racconta le storie.

È il dopoguerra. L’Italia respira aria di rinascita e ricostruzione, ma in provincia di Como, tra Pian di Spagna e Colico, qualcosa turba le acque. Il Corriere Comasco pubblica un articolo che scuote l’immaginazione collettiva: un “animale gigantesco e sconosciuto” sarebbe stato avvistato mentre si muoveva tra le canne del lago.
Così nasce la leggenda del mostro del Lario.
Da lì in avanti, avvistamenti sporadici iniziano a moltiplicarsi come onde dopo il passaggio di un motoscafo: una creatura lunga, serpentina, dalle fattezze mai ben definite. In alcuni casi pareva un pesce enorme, in altri un rettile, talvolta persino un “drago d’acqua dolce”.
Qualcuno lo chiama Larry, italianizzazione scanzonata del più celebre Nessie di Loch Ness. Ma qui non siamo nelle Highlands scozzesi: qui siamo tra la Grigna e il Legnone, dove i riflessi del lago possono ingannare anche gli occhi più vigili.
C’è chi, però, non si ferma al racconto da osteria. Ad Almenno San Salvatore, nella chiesa di San Giorgio, è conservato un gigantesco osso che si dice appartenere al Lariosauro. Gli esperti lo identificano come osso di balena, probabile bottino portato da un crociato o da un mercante. Ma la voce popolare è un fiume carsico che riemerge ovunque: per molti abitanti, quello è un trofeo del santo cavaliere, il San Giorgio che sconfisse il drago.
E se il drago fosse proprio il Lariosauro?
Gli zoologi ridono. I geologi spiegano. Ma intanto le acque del Lario continuano a custodire il loro mistero, e in alcune notti, quando la nebbia sale dai monti e i gabbiani si zittiscono, qualcuno giura di aver visto una sagoma muoversi tra i flutti. Un’ombra silenziosa che scompare con un guizzo.
A voler essere realisti, il Lariosauro moderno è un simbolo. È la memoria ancestrale di un passato profondo, è il riflesso dell’inconscio collettivo che cerca meraviglia nelle pieghe del quotidiano. È il bisogno, in fondo, di credere che tra le acque fredde del lago viva ancora qualcosa di selvatico e misterioso, capace di sfuggire al controllo umano.
Forse perché i mostri, come le leggende, non servono per spiegare il mondo, ma per farcelo immaginare ancora più vasto. Più profondo. Più magico.
E allora, la prossima volta che sarete sul lungolago di Bellagio o su un traghetto verso Varenna, gettate lo sguardo nell’acqua. Se vedete un’onda inspiegabile… non dite che non vi avevo avvisato.
Il Lariosauro è laggiù. Forse.








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