
Di Federica Lassi
A Mandello il preludio del Natale si manifesta con un rito semplice, costruito negli anni da mani volontarie e dall’entusiasmo della comunità che, nonostante il passare del tempo, continua a occupare un posto speciale nell’immaginario collettivo. Non per spettacolarità o clamore, ma perché riesce a tenere insieme ciò che altrove spesso si sfilaccia: la collaborazione, la memoria, il senso di appartenenza. Parliamo della sfilata dei carri che, ogni 24 dicembre, illumina il paese.
In questa sera, ogni anno, il silenzio dell’inverno lascia spazio al passo della banda, allo scalpiccio dei cavalli dei Magi, al vociare dei bambini che attendono il primo carro come si attende una rivelazione. Un copione che ripete se stesso ma resta ogni volta sorprendente, come se il paese avesse bisogno di riconfermarsi vivo attraverso un antico linguaggio fatto di luci, musica e fantasia.
Le tradizioni non nascono per caso. Sono seminate da qualcuno che, in un tempo lontano, ha creduto che valesse la pena provarci. A Mandello quel qualcuno ha avuto un nome e un volto: Lazzaro Poletti, ricordato come uno dei primi ad aver saputo dare forma organizzata a questa manifestazione, capace di coinvolgere frazioni, gruppi, amici di paese. Un Alpino, un musicista (faceva parte della banda degli Alpini di Lecco e per anni suonò nel Corpo Musicale Mandellese) ma, soprattutto, un mandellese, che vedeva nella sfilata un modo per fare comunità. Negli anni ‘90 fu lui il primo a bussare alla porta dell’Amministrazione comunale per proporre di dare vita alla sfilata, a cui partecipava sempre in prima fila con il suo carro di Molina, frazione dove risiedeva.
All’epoca i primi di novembre già ci si trovava negli scantinati e si iniziavano a levigare assi di legno, a sagomare stelle di cartone, a immaginare presepi sospesi e figure improbabili per allestire i carri, con il contributo dell’Amministrazione che mai è mancato e continua a esserci. La sera del 24 era solo l’ultimo capitolo di una storia fatta di ore rubate alla stufa, di mani infreddolite, di discussioni su un dettaglio da perfezionare. Oggi quelle frazioni sono meno protagoniste. Le associazioni, gli oratori, le scuole e i gruppi hanno preso il loro posto, eppure il principio dietro alla sfilata è rimasto identico: un paese che lavora insieme per raccontarsi.

Perché questa tradizione continua a funzionare? Forse perché parla un linguaggio che abbiamo disperatamente bisogno di ascoltare: quello della fantasia condivisa. Ogni carro è una dichiarazione d’intenti. Non importa che sia sacro o ironico, essenziale o pirotecnico: il suo scopo è creare un’immagine che tocchi il cuore, anche solo per un secondo. Ai carri si affiancano i Babbi Natale in moto, insieme ai cittadini che si uniscono festosamente al corteo (non prima di aver allungato le mani per ricevere le caramelle lanciate a fiotte dai carri). E’ un Natale che non rinuncia a nulla: nè al sacro nè al profano, nè al folkore nè alla sicurezza, nè al ricordo nè all’innovazione.
Solo una pandemia globale poteva fermare questo allegro flusso per le vie mandellesi (nel 2020 e nel 2021). Tre anni senza sfilata sono stati lunghi, troppo lunghi per un paese che ha sempre misurato il tempo anche con questo appuntamento. Il ritorno della parata, dopo la parentesi del Covid, non è stato semplicemente un “ripristino”: è stato un chiarimento. Mandello a dimostrato di avere memoria. Di saper ripartire. Di non voler lasciare nell’ombra ciò che per decenni l’ha definita (la sfilata è un unicum su tutto il territorio).
Quando il corteo ha ripreso il suo percorso, da Viale della Costituzione a Piazza del Mercato (dove, immancabili, gli Alpini distribuiscono vin brulè e caldarroste), la folla che lo accompagnava non stava semplicemente assistendo a un evento: stava ritrovando un pezzo di sè. Ogni comunità conserva alcuni riti che non devono giustificarsi, perchè parlano direttamente alla sua identità. La sfilata dei carri di Natale è uno di questi. Non importa quante strade cambieranno, quanti volontari passeranno il testimone, quanti carri rischieranno ancora di incastrarsi in qualche strettoia (capitò davvero). E succederà, perchè la tradizione vive anche di imprevisti. Ciò che conta è che Mandello continui a riconoscersi in quel paesaggio di luci che taglia la notte della Vigilia. Perchè finchè ci sarà qualcuno disposto ad accendere una lampadina u un carro, a distribuire una caramella, a intonare una marcia, finchè ci sarà un bambino che alza gli occhi e un adulto che sorride nel rivedere ciò che ha sempre visto… allora, a Mandello, sarà davvero Natale.









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