
C’è una valle, nascosta tra le pieghe severe delle Grigne settentrionali, che sfugge alle rotte turistiche più battute e conserva ancora il respiro autentico della montagna lombarda. È la Val d’Esino, piccolo scrigno verde incastonato tra le rocce, i boschi e i silenzi. Qui non si arriva per caso: bisogna volerla, cercarla, percorrerla.
E proprio questa sua riservatezza è il suo più grande tesoro.
Geograficamente la Val d’Esino si distende in provincia di Lecco, nella parte più aspra e al tempo stesso affascinante del gruppo delle Grigne. A segnare il suo confine naturale è il torrente Esino, che dalle sorgenti moreniche scivola verso il Lago di Como, incrociando paesi di pietra e campi coltivati, prima di tuffarsi nei pressi di Varenna, là dove l’acqua si allarga in azzurro e il cielo incontra le barche.
A monte si trova Esino Lario, a valle Perledo: due paesi uniti dalla valle, ma anche dalla storia, dai boschi e da quella vita d’altura che sa di stufe accese, legna spaccata e finestre con i gerani.

Dal punto di vista morfologico, la Val d’Esino ha una forma tozza e protettiva, quasi materna: un ampio catino di origine glaciale che accoglie, nutre, raccoglie. È un paesaggio che si rivela con lentezza, come chi non vuole mostrarsi subito per farsi desiderare. Da sud-ovest a nord-est, la valle è protetta dalle creste del Monte Palagia, dal Monte Pilastro (che con i suoi 1.823 metri domina solenne la scena) e dalla dorsale dei Pizzi di Parlasco, montagne che sembrano disegnate da un pittore che ama il tratto deciso.
Due sono le sottovalli principali: la Val Vigna e la Valle Ontragno, scolpite entrambe dall’acqua e dal tempo. Qui i torrenti corrono ancora liberi, intonano il loro canto limpido tra i sassi e si uniscono in una stretta d’argento all’altezza di Esino Lario, dando vita al torrente Esino, che diventa così il narratore naturale di questa valle dimenticata dai clamori.
Se per i più la Val d’Esino è solo una deviazione su Google Maps, per chi conosce questi monti è invece la patria della “patata bianca di Esino”, un prodotto agricolo semplice ma pregiato, simbolo della fatica contadina che ancora resiste. Non c’è sagra d’autunno o tavolata d’alpeggio che non celebri la versatilità di questo tubero, che qui cresce bene per via dell’altitudine, del terreno acido e del clima severo.
In un’epoca in cui tutto è globalizzato, la patata di Esino è un piccolo atto di resistenza identitaria. E anche un’ottima scusa per tornare in valle con la borsa piena.

Chi ama camminare troverà in Val d’Esino un intreccio di sentieri alpini e mulattiere storiche che non hanno solo funzione escursionistica ma sono autentiche arterie di memoria. Da qui si può salire verso la Grigna settentrionale, attraversare i boschi per scendere a Lierna, o tagliare verso nord per sbucare nella Valsassina.
Una delle strade più suggestive è la SP65, che collega Esino a Perledo snodandosi tra tornanti e scorci da cartolina, prima di confluire nella provinciale del lago all’altezza di Olivedo, vicino alla foce del torrente. È un tracciato che ha visto passare generazioni di contadini, pastori, commercianti, e oggi accoglie i passi lenti di chi ama viaggiare a piedi o in bicicletta.
La Val d’Esino non ha nulla da invidiare alle valli più blasonate del Trentino o dell’Alto Adige. Eppure non cerca paragoni. È un luogo autentico, silenzioso, un po’ schivo, come la sua gente. Non promette resort o funivie, ma offre pace, natura, identità.
È un rifugio per chi ama ascoltare le voci dei torrenti, scoprire i fiori nei prati, guardare le cime accendersi all’alba. E anche per chi, semplicemente, vuole ritrovare il contatto con se stesso.
In un mondo che corre, la Val d’Esino resta ferma. Ma non è arretratezza. È saggezza.
E noi, forse, ne avremmo bisogno più di quanto pensiamo.








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