La chiesetta di San Calimero: tra storia, leggenda e tradizione

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La narrazione popolare vuole che siano state le rondini ad indicare il punto dove erigere la costruzione, portando i granelli di calce lì dove, in onore del santo, si erge il piccolo tempio, oggi conosciuto da tutti per il suo caratteristico tetto rosso; una leggenda che aggiunge fascino ad un luogo già di per sé incantevole, ai piedi della Grigna Settentrionale, a circa 1500 metri di quota, dove la vista spazia sullo stupendo panorama di valli e monti.
Proprio per questo, rivela ancora una volta il mito, San Calimero avrebbe abitato quella località impervia nella sua vita romita. I suoi sei fratelli e sorelle erano anch’essi immersi in una vita di
solitudine e contemplazione. Secondo la credenza, ognuno di loro scelse un punto strategico per poter comunicare, accendendo il fuoco del proprio rifugio, con gli altri membri della famiglia: Zefiro raggiunge il Legnoncino, Ulderico il monte Muggio, Eulalia eremita a Gravedona, sua sorella Eufrasia nella cittadina di Dongo, Grato e Defendente a Bellano e a Varenna. La tradizione cristiana racconta invece dell’o – rigine nobile di Calimero, eletto vescovo di Milano e martire, decapitato e gettato in un pozzo; la sua barbara morte lega il culto all’acqua, tanto preziosa ai contadini. A lui la gente di Pasturo si rivolgeva affinché cessasse la siccità, salendo in processione alla chiesetta costruita in suo onore ai pascoli in località Pra – bello

  • emmepistore.it

Una costruzione che risale a tempi antichissimi, alle prime decadi del XIII Secolo, tanto quanto la devozione dei fedeli che ogni 31 luglio raggiungevano la montagna in preghiera. Un rito che ancora oggi è tradizione e solo spstato in anni recenti all’ultima domenica di luglio. Anche la chiesa ha subito delle modifiche, rimessa a nuovo con importanti lavori, i più significativi nel 1968 quando fu sostituito il vecchio tetto in legno con la nuova copertura in lamiera. “Tanti della comunità di Pasturo
donarono il ferro, contribuendo al restauro”. A raccontarcelo è Angelo Ticozzi, il custode “da
quasi cinquant’anni” di quel prezioso luogo. E’ una memoria storica Angelo: “Ricordo che c’erano almeno cinque lavoratori impegnati nel la realizzazione del nuovo tetto. Rimasero lì durante l’estate, dormendo la notte in sacrestia”. Il vistoso rosso arrivò molto dopo, nel 1994 grazie all’impegno dei volontari della Protezione Civile che riverniciarono la chiesa, lavori a cui partecipò lo stesso Angelo che giusto un anno prima aveva preparato l’insegna in legno all’ingresso, una scrittta che onora il santo “protettore dei nostri monti”. Anche il crocefisso antico, donato da un giovanissimo don Giuseppe Ticozzi nel 1876 e oggi conservato dentro l’edificio, è stato riparato e portato alla chiesa dal suo ‘angelo’ custode e viene esposto ogni anno sul sagrato in occasione della Festa di San Calimero. Solo quel giorno la chiesa è aperta ai fedeli, ma se si è fortunati e la si raggiunge di buona mattina, non è difficile incontrare il suo guardiano ed entrare per farvi visita. All’interno si può ammirare il quadro raffigurante il santo, dipinto dal Reali a metà del XVII secolo, che capeggia sopra il vecchio altare. “Salgo quasi ogni domenica dal 1973, quando mi sono state affidate le chiavi – racconta Angelo – lì ho trascorso dei momenti indimenticabili, in compagnia di amici, o in solitudine al riparo dal temporale”.

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