
Di Federica Lassi
Foto di Giancarlo Airoldi
Ci sono sentieri che non si limitano a condurre da un punto A a un punto B. Ci sono sentieri che raccontano, respirano, custodiscono. L’Anello dell’Abbazia di Piona è uno di questi. Un itinerario semplice, tre ore appena di cammino, ma che riesce a fare quello che solo i percorsi più autentici sanno fare: portarti altrove rimanendo vicinissimo a casa. Si parte con l’auto lungo la SP72, in direzione Dorio e Dervio, e già il tragitto annuncia qualcosa: il lago che appare e scompare tra i rami, sponda che si stringe, il verde che si fa più fitto. Lasciata la macchina al parcheggio della Garavina, si comincia a salire seguendo il segnavia CAI n.7, quello che porta alla “Strada Vegia”, un nome che è già una promessa di memoria. È un percorso nato nel 1755, e lo si capisce presto: l’acciottolato antico, i muretti in sasso, le curve morbide tra faggi, querce e enormi massi caduti chissà quando, testimoniano un passato che non se n’è mai davvero andato. Il bosco si apre e richiude come un sipario, lasciando intravedere, di tanto in tanto, la baia di Piona, la sagoma elegante del Montecchio Sud, e soprattutto il Legnone, che da qui sembra ancora più verticale, ancora più possente. Il saliscendi del sentiero porta alla località Crottino, dove la strada incrocia di nuovo la statale. Si attraversa e si risale verso Olgiasca, entrando in un dedalo di viuzze: via Abbazia, via Culmine, piazza San Carlo Borromeo, via al Pozzo, via Roccolo.

Poi si entra di nuovo nel bosco, tra muretti a secco e tratti che profumano di eriche e ginestre. E lì compare lei: la parete scura e magnetica del Sass Negher, una falesia di sessanta metri dove generazioni di arrampicatori hanno lasciato un po’ di sé. Poco più avanti, un roccolo antico racconta un altro pezzo di storia, un altro modo di abitare il territorio. La discesa, morbida, porta a una torretta e quindi a un tratto di sterrato comodo, quasi distensivo. Una piccola grotta di Lourdes, ricostruita lungo il cammino, invita a una pausa silenziosa: è sorprendente come il paesaggio, qui, sembri assecondare i pensieri.
Ed ecco, all’improvviso, la recinzione dell’Abbazia di Piona. La si costeggia fino al cancello, poi la strada scende verso il complesso monastico: romanico puro, essenziale, di quella bellezza che non ha bisogno di presentazioni. Il chiostro gotico romanico del XIII secolo è un gioiello che vale, da solo, tutto il percorso. Ma sono l’atmosfera, il silenzio, il vento che passa tra gli archi a rendere questo luogo un’esperienza che resta. Per tornare a Olgiasca si imbocca la via acciottolata che costeggia la penisola: un sentiero antico, dolce, quasi un accompagnamento verso casa. Dopo circa ottocento metri, una svolta a sinistra riporta nel bosco e quindi alle stradine del paese, fino alla chiesa e al parcheggio. Chi volesse può raggiungere Piona in battello o aliscafo da Colico e rientrare a piedi: un modo diverso di vivere lo stesso itinerario, lasciandosi condurre dal lago prima ancora che dal sentiero. L’Anello dell’Abbazia di Piona è soprattutto un incontro lento tra natura, memoria e spiritualità. Un cammino dove ogni elemento (il bosco, le pietre, l’acqua, i suoni) sembra parlare la stessa lingua. La lingua di un territorio che non si mostra mai in modo ostentato, ma che quando lo fa, lo fa con una grazia che rimane.









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