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La Fasana di Arrigoni e Festorazzi , venticinque anni sulla “frontiera” del Grignone

Di Lorenzo Colombo
Foto di Silvano Arrigoni

La Fasana di Arrigoni e Festorazzi venticinque anni sulla frontiera del Grignone

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Sul Pizzo della Pieve, rilievo maestoso del gruppo delle Grigne, la Parete Fasana incombe sulla Valsassina come un bastione primordiale. Ottocento metri di Nord severa, scolpita da roccia ingannevole e canali che l’inverno trasforma in effimeri arabeschi di ghiaccio. La sua imponenza non è dovuta al solo sviluppo: è un insieme di verticalità crude, prospettive che inghiottono la luce, rumori che scompaiono non appena ci si inoltra. In Grigna Settentrionale — il Grignone la Fasana — è luogo severo e per pochi: non concede nulla, non offre scorciatoie e detta lei il tempo a chi l’approccia. Negli ultimi vent’anni, questo muro che conserva l’asprezza delle montagne poco frequentate ha trovato due interpreti capaci di leggerne i silenzi. Silvano Arrigoni e Lorenzo Festorazzi.

Arrigoni, Ragno di Lecco, Istruttore Nazionale di Alpinismo e componente della Scuola Centrale del C.A.I., parla della Fasana come una parete dal “carattere”forte. Festorazzi, Ragno anche lui, è l’altra metà di una conversazione che non si è mai interrotta. “Lorenzo ha iniziato nel 2000, grazie a Cecco Galperti, venuto a mancare nel 2021 sul Monte Bianco”, ricorda Silvano.
È il primo passo di una traiettoria condivisa: tentativi, rinunce, ritorni ostinati. Il momento di svolta arriva nel marzo 2003, durante l’invernale alla Via Fasana. Dopo un primo tentativo spazzato via dal maltempo, una settimana più tardi Arrigoni, Festorazzi e Galperti tornano sotto la parete. Questa volta la via concede il passaggio. Nella trama verticale della Fasana, quel giorno, qualcosa cattura l’occhio di Galperti: un pilastro poco a destra. Tornano in giugno e firmano una variante della via Fasana che chiamano via della Fessura. Da quel momento per Arrigoni e Festorazzi la parete non sarà più una semplice arena alpinistica: diventa un territorio con cui instaurare un rapporto continuativo. Seguono anni fitti di salite. Ripetono la Via dell’Inglese nel 2005, quando le relazioni sono ancora incerte. “Le guide non erano così precise come quelle di oggi”, osserva Silvano. “Siamo partiti che nevicava; le condizioni della neve erano talmente favorevoli che, pur avendo le corde nello zaino, l’abbiamo chiusa senza doverle usare”. Nel frattempo, sotto il passo dello Zapel, verso la Val Cugnoletta, Festorazzi apre con Ivo Ferrari e Galperti la via Suerte. Nel 2006 nasce The Vision: “Lorenzo se l’era sognata di notte, per quello l’abbiamo chiamata così”, racconta Silvano. La tracciano con Melesi e Galperti, tornando dopo un primo tentativo e lasciando una corda fissa sui passaggi complessi dei primi 2 tiri: la via percorre il canalone compreso tra la via Fasana e la via Dell’Inglese.

Poi arriva Andrea Doria, su uno sperone a sinistra della Via Fasana, condividendo con essa il primo tiro. “Sembrava la prua di una nave elegante, e in quel periodo ricorreva il 50° dell’affondamento dell’Andrea Doria: decidemmo di chiamarla così. Termina alla croce Veronelli”. Segue Neblina, nata da un fraintendimento topografico: volevano ripetere una via esistente, ma avanzando più a destra del canale meridionale e immersi in una nebbia ostinata, sbucano in vetta su un tracciato mai percorso. Il nome è conseguenza inevitabile.

Sulla Fasana i due lecchesi si muovono come traduttori di un dialetto di ghiaccio e roccia. Nel 2006 si avventurano nel canal grande per capire dove sale la via Oppio — una linea che, con ogni probabilità, non aveva ancora trovato ripetitori. Nel loro procedere finiscono per delineare una nuova via sullo sperone a sinistra della Oppio. In quell’occasione Arrigoni trova un vecchio chiodo di Oppio: la storia che riaffiora. Poco distante, un chiodo più recente. “Segno del passaggio moderno di qualcun altro”, spiega Silvano. Quel “qualcuno” sarà poi identificato come Antonio Peccati, detto Briciola, possibile primo ripetitore della via.

 

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Su questo punto, Arrigoni lascia “il testimone agli storici dell’alpinismo”, chiosa con un sorriso. La nuova via sarà battezzata Meteora, nome che rimanda alla precarietà della roccia e alle scariche di sassi che accompagnarono la salita.

Gli anni scorrono. Arriva una linea tracciata in occasione dell’85º di fondazione della Sezione ANA di Lecco nel 2007 a sinistra del canale meridionale. L’invernale della Cattaneo–Veronelli nel 2008 con Riccardo Spreafico. Poi Volpe Bianca e Freezer, che salgono la parete a destra del Cornell Bus, quest’ultime ancora insieme a Galperti. E una via nata da un impulso emotivo di Festorazzi: “Lorenzo ha tracciato la linea sulla foto a occhi chiusi, ascoltando il cuore. Così è nata Gli Occhi del Cuore, che parte tra The Vision e la via dell’Inglese, collegando vari canaletti per sbucare in vetta: la via più lunga della parete per sviluppo”.

Per Arrigoni, Festorazzi e fino a quando la montagna non l’ha trattenuto per sempre  Galperti, la Fasana è diventata un rito: neve mutevole, ghiaccio che si smaglia al primo sole, verticalità che richiedono una preparazione mentale e fisica fuori dall’ordinario. Un luogo che non si affronta: si incontra e a volte chiama. L’ultimo capitolo, al momento, è Pinocchio 2.0. Una linea individuata da Festorazzi durante uno dei suoigiri solitari in cerca d’ispirazione. “La settimana dopo siamo andati ad esplorarla. Una ravanata con neve fino al ginocchio, poi abbiamo attaccato riprendendo i primi 50 metri di Volpe Bianca, per deviare nel canale di sinistra verso il Cornell Bus. Quanto al nome… Diciamo che parlando di Fasana c’è chi ha fornito informazioni alpinistiche non proprio corrette, e siccome non era la prima volta a Pinocchio ho aggiunto l’evoluzione… 2.0”.
Arrigoni riassume così il proprio rapporto con la parete: “E’ austera, severa, impegnativa, ma sa regalare grandi soddisfazioni e non ha nulla da invidiare a pareti più blasonate, soprattutto in inverno”. Roccia complessa, neve incostante, canali che cambiano volto a ogni stagione: la Fasana ha respinto, imposto ritorni, ma lentamente ha concesso ascolto.

Cuore severo della Grigna Settentrionale, rimane un territorio remoto, verticale, che offre ancora spazi di scoperta. Ed è qui che Arrigoni, Festorazzi e il compianto Galperti non hanno soltanto aperto vie: hanno intessuto un dialogo con la montagna. Un dialogo che continua, passo dopo passo, nel solco di chi conosce un luogo non per averlo conquistato, ma per averlo attraversato con continuità e rispetto

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