
Cultura, territorio ed eventi da vivere
Premana, si sa, ha sempre avuto uno strettissimo legame con la lavorazione del ferro: alcune carte, datate nel 1500, documentano che quando il paese era abitato da poco più di 600 anime c’erano già 40 fabbri. Ancora oggi il paese dell’Alta Valsassina è famoso per i suoi pregiati manufatti in ferro, minerale di cui la zona è sempre stata ricca. Quello che in dialetto premanese viene chiamato simbolicamente “él Ferèer” (il luogo del ferro), venne scoperto più di duemila anni fa dai Celti: durante le loro peripezie giunsero in Valvarrone, alle pendici del Pizzo dei Tre Signori, e proprio nella testata dell’omonima valle, sul versante sud, trovarono vasti giacimenti di siderite. A dare imput alla lavorazione del minerale furono poi Romani. L’estrazione e la fusione del minerale per ricavare il ferro fu agli inizi naturalmente molto rudimentale. Il primo vero e proprio progresso nella tecnica della fusione avvenne sul finire dell’alto Medioevo con l’impiego di “bassi fuochi” costruiti in muratura, con ventilazione naturale agevolata da una corretta esposizione alle correnti d’aria. Questi forni dovevano sempre essere spenti prima di rimuovere il metallo fuso. Durante il Medioevo e fino al Settecento furono introdotti e utilizzati i più avanzati forni alla bergamasca che, raggiungendo una più alta temperatura, permettavano la produzione di colate continue di ghisa.
Per quanto riguarda l’estrazione, dal semplice utilizzo di pale e picconi per spaccare la roccia si passò all’utilizzo nel 1.600 della polvere da sparo che consentiva di creare dei “buchi” e scavare le gallerie nella montagna, ricche di siderite. L’importanza delle miniere di Varrone divenne via via sempre più centrale, complice l’innata ricchezza del territorio: i boschi garantivano infatti la produzione di carbone mentre l’abbondanza di torrenti e acqua permetteva di azionare i mantici dei forni e delle fucine. La fiorente attività fece si che le miniere sopra Premana divennero la principale – se non l’unica – fonte di approvvigionamento di ferro per lo Stato. A chi appartenevano queste miniere? Principalmente alle grandi famiglie milanesi: i Marchesi D’Adda, gli Arrigoni, persino quella dello scrittore, Alessandro Manzoni. Ogni miniera aveva il nome della famiglia proprietaria. Oggi le antiche miniere tutte chiuse, eccetto quella del Caleotto, il cui tratto iniziale è stato recentemente sistemato grazie ad un finanziamento di Regione Lombardia e visitabile – sono di proprietà del Comune di Premana e tra i progetti non manca quello di creare una sorta di ecomuseo all’aperto proprio alla scoperta di questi antichissimi siti.
Da Premana la camminata per raggiungere “él Ferèer” passa lungo la storica e bellissima mulattiera, dono di Maria Teresa D’Austria che nel XVIII secolo la fece costruire per rendere più agevole il trasporto del ferro estratto sulle montagne. Seguendo la strada (tempo di percorrenza dal paese circa 3 ore e 30 minuti) ci si imbatte in resti di baite di minatori e cumuli di detriti. Le entrate delle miniere in alcuni casi sono ancora segnate dall’architrave originale di sostegno. Più sopra si possono
trovare i resti dei forni dove veniva fuso il minerale estratto. Esteso in superficie l’antico polo minerario della Valvarrone nasconde nel sottosuolo un labirinto di gallerie, cunicoli e caverne che lo storico premanese Antonio Bellati aveva stimato essere lungo 50 km. L’attività di estrazione e fusione del ferro in Varrone diminuì a inizio ‘800, complice la riduzione delle risorse naturali
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