
Le croci rupestri di Premana: misteri incisi nella roccia tra storia, fede e archeologia alpina
Sul versante nord-occidentale sopra Premana, là dove i boschi si fanno più radi e la pietra riaffiora tra le erbe d’alta quota, si cela una delle testimonianze più antiche e affascinanti della presenza umana sulle montagne della Valvarrone: le croci rupestri. Un vero e proprio libro di pietra inciso nella roccia viva, dove simboli arcaici parlano il linguaggio del tempo, della fede e della memoria collettiva.
Per scoprirle, è necessario incamminarsi lungo il sentiero che dal paese sale verso l’alpeggio di Piancalada, seguendo l’itinerario escursionistico per Premaniga e Deleguaggio. Qui, tra gli affioramenti rocciosi che punteggiano i pendii, si trova la cosiddetta “Piöde dal Croos” – il Sasso delle Croci – luogo simbolico per eccellenza, dove furono rinvenute per la prima volta incisioni rupestri nel territorio di Premana.
È il settembre del 1995 quando Antonio Bellati, poeta, storico e scrittore premanese, porta a conoscenza dello studioso Oleg Zastrow, esperto di archeologia rupestre, questo enigmatico sito. Zastrow riconosce immediatamente l’antichità e l’importanza delle incisioni, che innescano una serie di nuove ricerche nella zona del Varrone. In pochi anni vengono individuati diversi altri siti, tutti collocati tra i 1300 e i 1800 metri di quota, distribuiti strategicamente su pendii esposti a sud, esattamente dove l’uomo preistorico trovava luce, calore e sicurezza.

Ma cosa raccontano queste pietre? Le incisioni sono composte in gran parte da coppelle, piccoli incavi rotondi di dimensioni variabili, talvolta isolate, talvolta disposte in schemi geometrici. Accanto a queste, spiccano le croci, tracciate con tecniche diverse – incise a colpi di scalpello, abrase, o addirittura scolpite in rilievo – e declinate in mille varianti stilistiche, a volte rudimentali, altre sorprendentemente elaborate. Non mancano simboli enigmatici, forse legati a culti protostorici, segnali di passaggio o semplici marcature pastorali cariche di valenza rituale.
La scoperta di queste croci rupestri ha un valore storico e antropologico straordinario: dimostra che l’uomo frequentava stabilmente queste alture già in epoche antichissime, probabilmente fin dall’età del Bronzo, e forse anche prima. In esse si legge la traccia silenziosa di comunità pastorali, di credenze arcaiche legate al sole, alla fertilità, al ciclo delle stagioni e, più tardi, alla cristianizzazione dei luoghi sacri.
La Piöde dal Croos diventa così un crocevia tra archeologia e spiritualità, un punto in cui la montagna si fa custode di un culto ancestrale scolpito nella pietra. Un piccolo altare naturale, sospeso tra cielo e terra, tra preistoria e devozione alpina.
Oggi, la zona è accessibile agli escursionisti più curiosi, ma l’interpretazione delle incisioni resta materia complessa. Alcune di esse potrebbero risalire a oltre 3000 anni fa, mentre altre sembrano databili all’Alto Medioevo o persino all’epoca moderna, quando la tradizione delle croci sulle pietre veniva mantenuta viva dai pastori e dai pellegrini.
Le croci rupestri di Premana ci parlano di un passato lontanissimo, ma ancora vivo nel paesaggio e nella cultura della valle. Sono simboli muti, ma eloquenti: ci invitano a rallentare il passo, a osservare con rispetto e a sentire, tra i licheni e le crepe della roccia, il respiro profondo della storia.
Per chi desiderasse approfondire l’argomento, si consiglia una visita al Museo Etnografico di Premana o una consultazione dei lavori di Oleg Zastrow e Antonio Bellati, tra i primi ad accendere i riflettori su questo prezioso patrimonio rupestre alpino.
Sotto i nostri piedi, lungo antichi sentieri, si cela ancora un mondo di segni da decifrare: la pietra non dimentica.









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