Nel cuore verde delle Orobie: a piedi da Introbio alla Val Biandino lungo la Via del Bitto
La Val Biandino è uno di quei luoghi che sembrano usciti da un sogno ad occhi aperti. Un’ampia conca verde incastonata tra le montagne lecchesi, lambita dal Torrente Troggia che, dopo essersi tuffato in una scenografica cascata, va a unirsi al Pioverna nel fondovalle di Introbio. Nonostante sia accessibile anche in auto o grazie a un servizio navetta in jeep, arrivare a piedi è tutta un’altra cosa. Lento e silenzioso, il cammino consente di cogliere sfumature e dettagli che altrimenti andrebbero persi: un camoscio che fugge tra i larici, una marmotta che fischia tra i sassi, l’ombra fresca di un bosco di faggi.
Questo percorso segue l’itinerario classico che da Introbio sale fino alla Bocca di Biandino, lungo il sentiero 40, noto anche come Via del Bitto. Una camminata alla portata di chiunque abbia un po’ di fiato e pazienza, ma che regala, passo dopo passo, l’ingresso in un mondo a parte.
Due strade per salire, una scelta di stile
Chi vuole può salire lungo la carrabile in cemento che parte dal paese, ma occorre un permesso per percorrerla in auto, mentre è più interessante e gratificante il sentiero 40. Non solo perché si snoda tra boschi e radure, ma anche perché è un piccolo viaggio nel tempo e nella storia del territorio. Il dislivello è notevole – circa 900 metri – ma ben distribuito su oltre 7 chilometri di sviluppo.
L’inizio del cammino
La partenza è a Introbio, in Valsassina, a poco più di 500 metri di quota. Il paese è raggiungibile sia in auto che con i mezzi pubblici. Lasciata l’auto nei pressi di Via Vittorio Emanuele, si attraversa il centro e si imbocca Via delle Ville, che sale ripida fino a una sbarra. È qui che inizia davvero l’escursione: da ora in poi, ogni passo è guadagnato.
La strada si fa in cemento e dopo circa 45 minuti si raggiunge uno spiazzo con un bivio: da qui parte sulla destra il sentiero 40. È ben segnalato e consente di lasciare la carrabile per inoltrarsi finalmente nel bosco. L’ambiente cambia: il rumore dei motori sparisce, resta solo il suono dell’acqua e il fruscio delle foglie.
Dentro il bosco, tra fontane e memorie
Il sentiero è facile, a tratti quasi pianeggiante. Dopo un piccolo ponte sul Torrente Troggia, si taglia nuovamente la strada delle jeep per poi rientrare nel bosco. Un buon punto di riferimento è la Fontana San Carlo, dove si può fare una breve sosta: l’acqua è fresca, e l’altitudine inizia a farsi sentire. Poco più avanti, una deviazione ben indicata porta verso un agriturismo. Non è raro, in zona, vedere pascolare le vacche da cui si ricava il Bitto, formaggio simbolo di questa valle.
Il sentiero prosegue in modo regolare, attraversando pietraie e radure, finché, dopo circa un’ora dall’agriturismo, si incontra una stele dedicata alla Brigata Rosselli, partigiani che qui operarono durante la Resistenza. Un passaggio che invita a una pausa di riflessione: anche i luoghi più belli sono spesso attraversati da storie dure, da non dimenticare.
La conquista della Bocca di Biandino
Ancora dieci minuti di cammino e si riemerge sulla strada, dove si apre improvvisamente la Bocca di Biandino, a quasi 1.500 metri di altitudine. La vista si allarga: davanti a noi, la valle si distende verde e luminosa, incorniciata dai monti. Qui si trova il Rifugio Valbiandino, ideale per rifocillarsi dopo le due ore e mezza di salita.
E poi? Il sogno continua
Dalla Bocca si può proseguire, con un sentiero agevole, fino al Santuario della Madonna della Neve. E se le gambe reggono, vale la pena spingersi fino al Lago di Sasso, sotto il possente Pizzo Tre Signori. Un luogo selvaggio e silenzioso, dove l’acqua riflette le pareti rocciose e l’aria sa di libertà.
Il ritorno
La discesa segue lo stesso itinerario dell’andata, ma con occhi diversi. Si scende più leggeri, nel corpo e nello spirito. Ogni escursione in montagna, anche la più semplice, ha il potere di rimettere le cose al loro posto: dentro e fuori di noi.
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