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Rifugio Shambalà – da Oro

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Tabella dei Contenuti

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Verso il Rifugio Shambalà : Il percorso può essere suddiviso in più tappe

 

Prima parte: da Oro a Noceno

La montagna non è fatta solo di cime, ma anche di passaggi, ricordi, paesi abbandonati e sentieri che sembrano aprire finestre sul passato. Il percorso che conduce da Oro, piccola frazione di Bellano affacciata sul Lago di Como, fino a Noceno, è proprio uno di quei cammini che raccontano storie, anche quando il silenzio pare averle soffocate.

Si parte da Oro, dopo aver lasciato l’auto in un piccolo parcheggio al termine della strada asfaltata. Ci si incammina indietro di pochi passi, fino all’inizio della mulattiera, accanto a una fontana e a una vecchia panchina. Qui comincia davvero il viaggio, con l’aria fresca del lago che ci accompagna alle spalle.

La salita è dolce e graduale, su una mulattiera ben tenuta, con gradini bassi e pietre saldamente incastonate nel terreno. La vista sul Lago di Como si apre presto alla nostra sinistra, tra staccionate in legno e muretti a secco che sembrano custodire ancora l’anima di questi luoghi. La presenza costante dell’acqua – ruscelli, piccoli ponticelli, grate per lo scolo – dà ritmo al cammino come un battito lento ma continuo.

Il bosco si infittisce, e il sentiero si inerpica tra tornanti e curve morbide. A tratti si costeggiano vecchie case, qualcuna ancora abitata, altre ridotte a ruderi, e si attraversano ambienti sospesi tra natura e memoria. Spicca, tra gli alberi, Pendaglio, minuscola frazione ormai in stato di abbandono. Le sue case, molte delle quali in rovina, e la piccola chiesa di San Domenico ci parlano di un tempo in cui qui la vita scorreva lenta ma viva.

Riprendendo il cammino tra viottoli e gradoni erbosi, si guadagna quota con costanza. Ogni curva, ogni salita, ogni muretto in pietra è una piccola conquista. Si incontrano vecchie stalle, una santella con l’immagine di San Bartolomeo, e case solitarie adagiate tra i castagni. La natura si fa più discreta, lascia spazio alla vista, e tra una salita e l’altra, finalmente si intravede Noceno, con il bianco campanile della chiesa di San Gregorio Magno che spunta tra le fronde, quasi a darci il benvenuto.

La mulattiera diventa sentiero, più stretto ma non meno affascinante. Le ultime curve ci conducono tra le case, dove ancora si respira un’atmosfera antica e rarefatta. Una panca in marmo recita “Locus Amoenus” – e non potrebbe esserci nome più adatto per questo angolo di quiete dimenticata.

Una fontana zampilla tranquilla lungo la viuzza, e con essa si chiude questa prima parte dell’itinerario. Un’ora e mezza di cammino, 535 metri di dislivello e un lento attraversare mondi sospesi: dai riflessi del lago agli echi di un passato contadino. Da qui si potrà decidere se proseguire verso Camaggiore e il Rifugio Shambalà, oppure sostare e lasciarsi semplicemente abbracciare dal silenzio di Noceno.

Da Noceno a Camaggiore: il sentiero tra castagni, memorie e pietre

A Noceno, nei pressi di una fontana a quota 840, si imbocca un viottolo che subito mostra la sua natura antica: salite decise, curve scolpite nella montagna, muretti a secco e reti che difendono orti e prati. Si sente che questa era una via viva, usata per secoli. Si sale tra le case, si tocca una seconda fontana (quota 855) e si incontra un bivio: da qui inizia la vera camminata, lasciando alle spalle le ultime costruzioni, si entra nel bosco.

Il sentiero si fa più stretto, a tratti incassato tra i muri a secco, attraversa castagneti ombrosi e profumati di muschio. Ad un certo punto, un dettaglio colpisce il passo e il pensiero: una croce di ferro, in memoria di un giovane di soli quindici anni. La montagna, con la sua bellezza, non è mai innocua. Poco oltre, una santella scolorita, dove resiste solo l’affresco sbiadito, ricorda che qui si camminava anche con la fede.

Si prosegue tra tornanti e vecchi castagni, mentre le betulle si affacciano timide sul bordo del sentiero. A quota 990 si sfiora una vecchia casa abbandonata, ormai divorata dalla vegetazione, e da un’apertura tra gli alberi si intravede il Lario, giù in basso, azzurro e distante come un miraggio.

Oltre i 1000 metri, si attraversa un piccolo torrente asciutto, sotto al quale corre una centralina probabilmente dedicata al monitoraggio delle frane. Lo scavo nel terreno, profondo e netto, ricorda quanto la montagna sia un organismo vivo, che si muove, respira e ogni tanto si ribella.

Un’altra santella, questa volta ben curata, custodisce una Madonnina e una piccola croce. Siamo a quota 1050. Poco sopra, la mulattiera s’incassa tra due muretti di pietra: è come entrare in un corridoio naturale che conduce verso i ruderi di Monte Basso di Camaggiore.

Le vecchie case e fienili, molti ormai ridotti a scheletri di pietra, parlano di un tempo in cui qui si lavorava e si viveva, non si passava soltanto. Si attraversa l’alpeggio in silenzio, rispettando quel che resta. In un punto, la mulattiera lascia spazio a una traccia più incerta, che si fa sentiero.

La salita si fa più ripida, il bosco s’apre, i tornanti si susseguono e, infine, appaiono le prime case di Camaggiore. Una di queste porta il curioso nome “La baita de Giallo”. Poco dopo, tra erba corta e ginestre, un panorama si spalanca sulla sinistra: il Lago di Como, che sembra sospeso tra cielo e montagne.

Un crocefisso in legno e un barometro a corda — uno di quegli strumenti curiosi e artigianali — danno il benvenuto a chi arriva da Noceno. Seguiamo una traccia tra l’erba, pieghiamo a sinistra, poi ancora a destra, passando sotto tre cavi elettrici, e infine ci immettiamo su una sterrata a quota 1200.

Da qui, la scelta è ampia: si può proseguire verso il vicino Rifugio Ragno, attraversare l’alpeggio o salire verso l’altro versante dove passa la sterrata alta. In ogni caso, Camaggiore rappresenta un crocevia prezioso.

Considerazioni finali

L’intero tratto da Noceno a Camaggiore richiede circa un’ora di cammino, con un dislivello di 360 metri. Ma la vera misura non è nei numeri: è nel ritmo del passo che si accorda con la montagna, negli scorci inattesi, nei segni del passato, nella quiete.

È possibile raggiungere Camaggiore anche in auto, deviando dalla SP66. Tuttavia, la parte finale della strada è sterrata e accessibile solo con permesso (euro 2, acquistabile in zona), oppure a piedi per circa 1,7 km. Anche qui, vale lo stesso principio: il tempo impiegato non è mai tempo perso.

 

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Parte Terza: da Camaggiore all’Alpe Giumello

Lasciato alle spalle il piccolo pianoro di Camaggiore, si imbocca la strada sterrata che si allunga pigramente verso sinistra, tra prati ordinati e un’aria giocosa: qua e là altalene e panchine suggeriscono che questo è un luogo dove anche il camminatore più frettoloso dovrebbe fermarsi un attimo a respirare.

Dopo un breve tratto in leggera salita si giunge alla chiesetta di San Gerolamo, discreta e raccolta alla nostra destra. Di fronte, una scalinata di quindici gradini conduce a una grande croce in posizione strategica: la vista si apre sull’azzurro del Lago di Como e, se la giornata è limpida, anche su un lembo del Lago di Lugano e sui monti che lo circondano. È uno di quei punti in cui si sente il bisogno di tacere, anche solo per ascoltare il silenzio e il vento. Accanto alla chiesa, un cartello racconta dei sentieri partigiani della Muggiasca, memoria viva di una montagna che fu anche teatro di lotta e resistenza.

Si prosegue su un sentiero quasi pianeggiante, accarezzando i pascoli dell’alpe. Poco più avanti, con una curva e un lieve cambio di quota, ci si congiunge a un’altra sterrata, da dove una segnaletica abbondante indica varie direzioni – non sempre con precisione. Nonostante i cartelli suggeriscano sentieri alla destra, in realtà il percorso prosegue dritto, ben guidati da una serie di segnali, tra cui una curiosa betulla cresciuta orizzontalmente, modellata dai venti impetuosi che spesso sferzano la zona.

Si giunge così al “Cantun della Breva”, dove la strada curva decisa a destra. Il panorama comincia ad aprirsi: di fronte si affacciano il Legnoncino e l’imponente Legnone. A questo punto lasciamo la comodità della sterrata: ci affidiamo a tracce più selvagge, guidati da frecce arancioni e dalla lettera “G” che ci indica la via per Giumello, con il Monte Croce di Muggio che domina il paesaggio davanti a noi.

Il sentiero prende subito a salire con decisione. Le gambe si fanno più attente, il fiato si regola. Frecce bianche e arancioni, tracciate su pietre e massi, scandiscono la salita, mentre la vista alle nostre spalle si allarga: sempre più ampio il Lario, sempre più netta la sagoma dei monti che lo custodiscono.

Il dislivello si fa sentire: la traccia si stringe, si incassa nel terreno e affronta alcuni tratti più ripidi, zigzagando fra pietre e roccette. Sulla sinistra continua a tenerci compagnia la cresta del Legnone, come una sentinella che veglia il nostro cammino. Superata la parte più faticosa, il sentiero si fa più dolce e, con passo più disteso, si raggiunge una zona dove compare un cartello di divieto di caccia – non il primo, e non l’ultimo lungo questo tratto.

Poco dopo, accanto a un ripetitore dal pannello verde, si incontra un bivio ben segnalato. Qui si può decidere di chiudere l’anello verso San Ulderico – percorso che comporta alcuni passaggi di disarrampicata – oppure,  proseguire verso destra, in direzione dell’Alpe Giumello.

La traccia si addolcisce ancora, con una breve salita seguita da un tratto quasi pianeggiante. Passiamo accanto a una croce in ferro, memoria di qualcuno che qui ha lasciato il cuore, forse anche la vita. Da questo punto in avanti, la montagna sembra volerci premiare: si cammina su un sentiero a mezza costa, tra pendii erbosi e tratti rocciosi, con panorami grandiosi sul lago e le sue valli.

Si supera una sequenza di lievi saliscendi, curve appena accennate, rocce da aggirare. In lontananza, finalmente, appare la sagoma frastagliata della Grigna. È uno spettacolo che non stanca mai. Poco più avanti, dopo una palina che indica la vicinanza dell’Alpe Chiaro, il sentiero si allarga diventando una comoda stradina inerbita. Inizia l’ultimo tratto.

Tra casette in pietra, fontane e pascoli, si arriva all’Alpe Giumello, ben riconoscibile grazie alla sua “pensana” – un lungo porticato che ospita ombre e riposo. Da qui, in leggera discesa, si entra nel piccolo nucleo di case. La strada si fa acciottolata, più civile, e ci accompagna alla Capanna Vittoria, punto di sosta storico per chi frequenta questa montagna.

Superata la sbarra verde e una cabina dell’Enel, si sbuca nel grande parcheggio di Giumello, terminale della carrozzabile che sale da Narro. Ancora pochi passi, e il Rifugio Shambalà appare più in basso, raggiungibile con una gradinata o una breve deviazione.

Tempi di percorrenza (solo terza parte): circa 1 ora e 30 minuti per un dislivello positivo di 387 metri.
Per chi parte dall’inizio del percorso:

  • da Oro: 4 ore totali – dislivello +1282 m

  • da Noceno: 2 ore e 30 minuti – dislivello +747 m

  • da Camaggiore: 1 ora e 30 minuti – dislivello +387 m

 

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INFO E POSIZIONE

Rifugio Shambala’ Alpe Giumello – m.1550
Località alpe Giumello, 3/a, 23831 Casargo LC
mappa Rifugi
MAPPA RIFUGI
  • rifugiv2

PERCORSI E SENTIERI

Da Mornico – 1,45 ore – Dislivello 575 m

Da Narro – 1,45 ore – Dislivello 585 m

Da Oro – 8,00 ore – Dislivello 2416 m (da fare in più tappe)
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