
Tra le pieghe morbide dei Piani d’Artavaggio, dove l’aria profuma di bosco e libertà, si adagia il Rifugio Sassi Castelli, appollaiato vicino alla stazione d’arrivo della funivia che sale da Moggio. Ma chi preferisce guadagnarsi la vetta passo dopo passo può scegliere un itinerario che, nella sua variante “alta”, regala emozioni forti, panorami ampi e un pizzico di adrenalina.
Il punto di partenza è il passo del Culmine di San Pietro (1258 m), cerniera tra la Valsassina e la Val Brembana, raggiungibile in auto seguendo un itinerario già descritto nel primo percorso. Da qui, il sentiero DOL (Dorsale Orobica Lariana) ci chiama all’avventura. Due le possibilità: il tracciato estivo, alto e panoramico (2h30), o quello invernale, più basso e sicuro (2h10). Noi scegliamo il primo, con l’animo pronto a conquistare lo Zucco di Maesimo.
I primi passi ci portano verso la chiesetta dei Santi Pietro e Paolo, piccolo gioiello di pietra che sorveglia il valico. Preferiamo allungare un poco il cammino per passarle accanto, godendoci la sosta tra panche in pietra e una fontana d’acqua fresca, dove già si percepisce il ritmo lento della montagna. Poco dopo, rientriamo sul sentiero principale, che si inoltra tra l’erba alta e un bosco che si apre come un sipario: alla nostra destra il profilo seghettato del Resegone ci fa compagnia.
Un piccolo imprevisto – il sentiero interrotto – ci obbliga a una deviazione verso sinistra, tra prati e ruderi, fino a raggiungere un bivio ben segnalato. Da qui imbocchiamo il sentiero alto: la salita si fa più decisa, i rumori si attenuano, le prime mucche ci osservano placide da dietro un filo di recinzione. L’ampiezza del panorama cresce a ogni passo, così come la soddisfazione di essere immersi in un ambiente autentico, ancora poco battuto.
Raggiungiamo un punto panoramico a quota 1435 metri, dove la vegetazione si dirada e il bosco lascia spazio alla vista. Il sentiero stringe, si fa esposto: qui è importante avere piede fermo e attenzione. Alcuni tratti sono protetti da spuntoni rocciosi, ma è la natura stessa a guidarci, con le sue forme scolpite nel tempo.
Lungo un burrone, poi dentro un faggeto, seguiamo bolli e una freccia azzurra tracciata su un tronco. Scendiamo ancora, attraversando un’area dove spuntano curiosi monoliti calcarei, come sentinelle antiche. È un paesaggio che non ti aspetti, che alterna boschi fitti a improvvise radure e piccole baite immerse nel silenzio.
Il sentiero, ora più stretto, serpeggia tra alberi e rocce, offrendo un tratto esposto ma emozionante. Una breve deviazione ci porta a una sorgente silenziosa, protetta da un tettuccio in legno: l’acqua non sgorga, ma resta il fascino di questi piccoli segreti nascosti tra i rami.
La salita riprende con energia. La fatica si fa sentire nei tratti a zig-zag, ma anche qui la natura regala sollievo: qualche mora selvatica, un lampone, e il verde che ci circonda come un abbraccio. Dopo un tratto pianeggiante, eccoci infine sulla cima dello Zucco di Maesimo (1649 m, anche se un segnavia si prende la libertà di esagerare, indicando 1680): davanti a noi si aprono i Piani d’Artavaggio, vasti e luminosi.
Da qui la discesa è dolce e silenziosa. Si attraversa di nuovo il bosco, poi si sbuca all’aperto fino all’area di sosta Maesimo (1545 m), un angolo suggestivo con tavolo, panche e un pannello didattico sulla fauna alpina. La segnaletica ci orienta: Artavaggio dista solo 40 minuti, un ultimo sforzo tra pascoli e dossi erbosi.
Risalendo il versante, raggiungiamo la Casera Maesimo (1577 m), una baita con annessa stalla che sa di vita semplice e genuina. Una stradina sterrata ci accompagna in discesa fino al quadrivio (1535 m), dove incrociamo il tracciato che sale da Vedeseta. Da qui il cammino prosegue dolcemente lungo la strada agro-silvo-pastorale già descritta nel primo itinerario, fino a toccare infine la meta: il Rifugio Sassi Castelli.
Tempo di percorrenza: circa 2 ore e 40 minuti
Dislivello positivo: 572 m
Dislivello negativo: 180 m

Verso il Rifugio Sassi Castelli dal Culmine di San Pietro ( sentiero INVERNALE ): il volto più intimo dell’Artavaggio
C’è un volto meno battuto, più intimo e silenzioso dell’Artavaggio: è quello che si svela a chi sceglie il sentiero basso, detto anche “invernale”, che dal Culmine di San Pietro conduce al Rifugio Sassi Castelli. Un itinerario che scorre lungo boschi appartati, radure dimenticate e antiche baite, lontano dalle rotte affollate della bella stagione. Un cammino che non cerca la vetta, ma l’anima del monte.
Ci si incammina dalla Culmine seguendo i segnavia DOL e il numero 21, condividendo inizialmente il tracciato con il sentiero alto. Poi, al bivio (quota 1280), si lascia la via estiva per imboccare quella più bassa, che con decisione piega a destra, mantenendo un andamento pianeggiante.
Dopo aver superato una baita solitaria, si scende ripidamente su una sterrata ben segnalata, passando accanto a una stalla e attraversando un piccolo ruscello che, come una lama d’argento, taglia la strada. La discesa prosegue, ora su sterrato, fino alle case di Roncajola (1237 m), un minuscolo nucleo di antiche abitazioni incastonato nel verde. Qui, una fontana invita alla sosta breve: l’acqua fresca, limpida, ha il sapore di una pausa fuori dal tempo.
Poco dopo, il sentiero s’inabissa in un bosco di noccioli e faggi. È una camminata contemplativa, dove i rumori del mondo si spengono, lasciando spazio al fruscio delle foglie e al gorgogliare sommesso di rivoli che scendono dal monte. La quota si mantiene più o meno costante, mentre la traccia serpeggia tra brevi saliscendi, accarezzando grandi rocce su cui campeggiano i segnavia diretti verso Artavaggio.
Oltre un ruscello, si esce dal bosco (1300 m) e ci si ritrova in un’ampia radura. Qui il sentiero si fa incerto, quasi volesse scomparire nella quiete dell’erba alta. Ma i segnavia guidano sicuri fino all’abbeveratoio e poi alla Baita Corna (1341 m), che appare come una sentinella solitaria ai margini del pascolo.
La traccia, a tratti evanescente, si ritrova sotto un grande faggio, superato il quale si passa sotto un filo di recinzione. Si rientra in un boschetto e la salita si fa più severa. Il fondo, spesso fangoso, costringe a cercare appigli laterali tra l’erba, finché non si torna finalmente su terreno asciutto. Qui alcuni gradini in legno facilitano la progressione.
Si risale ancora, tra prati e giovani abeti, fino a raggiungere un piccolo angolo d’alpeggio con una fontana, un abbeveratoio e un tavolo rustico di legno: una sosta che merita più di qualche minuto, se non altro per ascoltare il silenzio.
La salita prosegue dolcemente fino a intercettare il sentiero alto poco sotto l’area di sosta di Maesimo (1545 m). Qui le gambe iniziano a sentire la fatica, ma la meta è vicina. Ancora pochi minuti e si raggiunge la Casera Maesimo (1577 m), da cui si scende sul versante opposto del dosso fino al quadrivio (1535 m). Da qui, una comoda sterrata ci accompagna fino al Rifugio Sassi Castelli, che appare infine come una promessa mantenuta.
Tempo di percorrenza: circa 2 ore e 20 minuti
Dislivello: +526 m in salita, -135 m in discesa
Un itinerario che non punta sulla spettacolarità, ma sull’autenticità. Ideale per chi cerca un contatto più profondo con la montagna, lontano dalla frenesia e più vicino al cuore antico dei Piani d’Artavaggio.












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