Verso il Rifugio Stoppani: un cammino tra memoria, boschi e storia
La salita inizia con passo leggero, come un invito gentile. Alla nostra sinistra, una stradina secondaria si stacca discreta: una pietra segnata di rosso e un cartello ricordano la vicinanza della funivia, quasi a suggerirci un’alternativa più comoda, ma meno poetica. Alle nostre spalle si nasconde il Castello dell’Innominato, mentre Somasca resta un’eco tra i monti.
Camminando, una casa ci osserva in silenzio: sulla sua parete, un affresco antico ritrae la Fuga in Egitto. È uno di quei dettagli che si rischia di non notare, ma che racconta più di mille cartelli: qui la montagna è anche fede, arte, memoria. Poco oltre, un prato si apre come una radura domestica, accanto a un casotto in lamiera dimenticato dal tempo. Il sentiero curva a destra e la salita riprende, con dolce ostinazione.
Si incontra una strada asfaltata, a 580 metri. È uno snodo: arrivano qui anche i passi di chi parte dal parcheggio della funivia di Erna. I segnavia abbondano, come in un crocevia del tempo. Si leggono nomi familiari agli escursionisti: Deviscio, Costa, Rifugio Stoppani, Monte Magnodeno, Piani d’Erna, Resegone. Alcuni sembrano vicini, altri si allungano come promesse di giornate intere.
Proseguendo a destra, si affrontano due curve ampie. Un cartellino segnala che siamo al quinto chilometro della “Resegup” — una gara, certo, ma anche una metafora della vita: si sale sempre, e non per tutti alla stessa velocità. Sulla destra un traliccio e una recinzione ricordano che qui la natura è intrecciata alla presenza dell’uomo.
La strada si arresta davanti al cancello di un’azienda agricola, ma il cammino riprende subito alla sua sinistra: una mulattiera che sembra uscita da un romanzo. I segnavia proseguono il loro racconto di nomi e numeri. Ma in mezzo a questa rete di indicazioni, è il bosco alla nostra sinistra a rubare l’attenzione. La sua ombra ci accoglie, mentre la recinzione continua a destra, paziente, a delimitare lo spazio umano.











