
Il Ponte delle Streghe di Primaluna: tra sabba, santi e lontre scomparse
C’è un angolo nascosto della Valsassina, dove la storia sussurra e la leggenda bisbiglia al viandante attento. Un luogo dove la pietra e l’acqua si sfiorano da secoli, sotto lo sguardo silenzioso delle montagne. È il “Pont di Strii”, il Ponte delle Streghe, un vecchio arco romano che ancora oggi, se lo si cerca con pazienza, si lascia scoprire poco sopra il cimitero di Primaluna, lungo l’antica mulattiera che sale verso Selva Piana.
Non è un ponte qualunque. È un luogo sospeso nel tempo, incastonato tra i boschi e le pareti scoscese di una valletta così silenziosa da sembrare stregata. E forse, in un certo senso, lo è davvero.
I vecchi del posto, quelli che ancora sanno leggere le pietre e ascoltare i sussurri del vento, raccontano che in questo luogo, nelle notti di luna nuova, si radunavano le streghe della valle. Qui si tenevano i Sabba, i raduni notturni in cui le “Strii” — donne misteriose, erboriste, guaritrici, a volte semplici solitarie — ballavano attorno a fuochi accesi tra i castagni, invocando spiriti e sussurrando incantesimi.

Il Pont di Strii era il loro passaggio, il varco tra il mondo visibile e quello dell’invisibile. Un ponte non solo di pietra, ma di significato. Chi ci passava nei secoli scorsi — dicono — poteva sentire un fruscio, un fremito, un brivido lungo la schiena. Forse il soffio di una mantella, forse solo il vento. Ma nessuno si fermava.
Eppure su quel ponte, carico di leggende, è passato tutto e il contrario di tutto. I temuti Lanzichenecchi, nel loro cammino di razzie e devastazioni, lo calcarono con i loro stivali pesanti, portando con sé fumo e paura. Dallo stesso arco transitò anche un uomo molto diverso da loro, San Carlo Borromeo, che in Valsassina venne a portare conforto e fede durante le sue visite pastorali.
Così il ponte — teatro di sabba, incursioni, benedizioni — è diventato simbolo di ciò che la montagna custodisce gelosamente: contrasti, verità sovrapposte, il sacro e il profano intrecciati nella stessa pietra.

E non finisce qui. Nel piccolo ruscello che scorre sotto l’arco — oggi più timido, quasi inascoltato — un tempo vivevano le ultime lontre della Valsassina. Animali schivi, eleganti, scomparsi silenziosamente sotto i colpi della cosiddetta “civiltà”: costruzioni, inquinamento, disattenzione. Così come è scomparso il ponte stesso, crollato nell’indifferenza, dopo aver resistito per secoli a tempo e barbari.
Un tratto di storia e di natura svanito, che oggi vive solo nei racconti e nei taccuini dei cronisti di passaggio.
Passeggiare oggi sui sentieri che salgono da Primaluna significa ripercorrere un viaggio nella memoria, anche se il ponte non c’è più. I ruderi, forse, resistono nascosti tra la vegetazione. Ma il vero ponte è quello che si crea tra chi ascolta e chi racconta. Tra la Valsassina che era e quella che ancora resiste.
Io ci sono stato, in quel tratto di bosco silenzioso, e vi assicuro che l’atmosfera cambia. È come se ogni foglia avesse qualcosa da dire, come se la storia del ponte fosse ancora lì, appena sotto la corteccia degli alberi.
La leggenda del Ponte delle Streghe è oggi una lezione per noi tutti. Un richiamo a non dimenticare, a non lasciare che la memoria dei luoghi svanisca insieme alla pietra. Perché ogni ponte che crolla, ogni lontre che scompare, ogni racconto che si spegne, è un pezzo d’identità che perdiamo.
E allora, se un giorno vi trovate a passeggiare per i boschi sopra Primaluna, fermatevi. Ascoltate. Magari, se il vento gira giusto, sentirete ancora il passo lieve di una strega, o il tonfo sordo di un cavallo da guerra. Oppure, più semplicemente, vi accorgerete di quanto la Valsassina sappia raccontare, anche nel silenzio.
Liberamente tratto dal libro:
PRIMALUNA
LA SUA STORIA, LA SUA GENTE











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