
Un rifugio, due sentieri, un’unica emozione. Il Rifugio Sassi Castelli, posto sul balcone naturale dei Piani di Artavaggio, è la meta ideale per chi cerca una montagna accessibile ma capace di sorprendere. Ci si può arrivare comodamente con la funivia che sale da Moggio oppure, per chi ama il silenzio dei boschi e la fatica giusta, con il sentiero 24. Due modalità, due approcci diversi alla montagna, entrambe degne di essere vissute.
Durante la stagione estiva e quella invernale, la funivia che parte da Moggio è una porta aperta sul mondo incantato di Artavaggio. In pochi minuti si passa dai 891 metri del paese ai circa 1650 metri della stazione a monte. Un salto altimetrico che spalanca gli occhi su un paesaggio di grande respiro, soprattutto nelle giornate terse invernali, quando le cime sembrano a portata di mano.
All’arrivo, bastano pochi minuti di passeggiata pianeggiante per incontrare prima la Baita della Luna e subito dopo il Rifugio Sassi Castelli. È un’opzione perfetta per famiglie con bambini o per chi ha poco tempo ma non vuole rinunciare al piacere di una fetta di torta in quota.
Ma è a piedi che la montagna rivela il suo carattere più autentico. Lasciata l’auto poco sopra la rotonda di Moggio, si imbocca il sentiero 24: segnavia rossi, bianchi e gialli che accompagnano il cammino fin quasi alla meta. Il primo tratto è ripido, immerso tra boschi punteggiati da cespugli di more e vecchie recinzioni che raccontano storie di pascoli e confini.
Il percorso alterna tratti in salita decisa a momenti più dolci. Si cammina tra castagni allineati come soldati, faggi maestosi e radure silenziose dove l’unico suono è il battito del proprio cuore. Non mancano i guadi da superare – piccoli ruscelli che, nella bella stagione, non oppongono grande resistenza ma regalano freschezza e vita al cammino.
Una delle soste più toccanti è al vecchio Rifugio I Bocia, abbandonato ma ancora carico di memoria. Qui, su una grande pietra, una poesia di Thomas Merton invita alla riflessione e al raccoglimento. È un momento in cui il passo rallenta, il fiato si fa più corto ma anche più consapevole: la montagna non è solo fatica, è anche silenzio che cura.
Proseguendo, il sentiero si fa via via più panoramico. Si intravedono i piloni della funivia e, in lontananza, le costruzioni dei Piani di Artavaggio. Ultimi tornanti tra boschetti e prati, poi l’incontro con una cappelletta rosa che annuncia l’arrivo. Il Rifugio Sassi Castelli è lì, adagiato tra i prati, quasi a voler restare discreto e non disturbare la bellezza che lo circonda.
Il tempo di percorrenza è di circa 2 ore e 15 minuti, con un dislivello di 750 metri. Un’escursione adatta a chi ha un minimo di allenamento e vuole immergersi in un paesaggio che cambia passo dopo passo, rivelando scorci ora boscosi, ora aperti, ora selvaggi.
In cima, una cioccolata calda e lo sguardo che corre libero verso le Grigne e lo Zuccone Campelli sono la giusta ricompensa per la fatica. Qui, più che altrove, si capisce che il sentiero non è solo il mezzo per raggiungere una meta: è la vera esperienza, il vero viaggio.

C’è un angolo di montagna che si svela senza fretta, tra le pieghe della Val Taleggio e i pendii di Artavaggio, dove il sentiero per il Rifugio Sassi Castelli comincia quasi in sordina, nascosto tra tornanti e ricordi. Si parte da Moggio, poco oltre la stazione a valle della funivia: una curva appena accennata, un parcheggio discreto sulla sinistra (quota 860 m) e un cartello che promette due ore di cammino fino al rifugio.
La traccia prende subito la via del bosco, preceduta da un’area picnic un po’ malinconica, con tavoloni segnati dal tempo. Una sterrata ci guida tra alberi e silenzi, accompagnati a tratti dal borbottio del torrente che corre sulla destra. Sulla sinistra, una bacheca della Pro Loco pare osservare il passaggio come un vecchio guardiano del luogo.
Poco oltre, si esce brevemente all’aperto, sotto l’implacabile geometria dei cavi dell’alta tensione. Anche qui, qualche panca, una fontanella stanca, e lassù, a destra, i cavi della funivia che salgono leggeri, quasi a ricordarci che c’è chi preferisce le scorciatoie.
Noi no. Noi restiamo fedeli al sentiero. Ignoriamo una stradina a destra — tracciato per MTB — e proseguiamo su un’esile mulattiera che si infila tra cespugli e radici, prima di inerpicarsi a sinistra in un tratto di salita decisa. Il bosco si stringe intorno, la pendenza si fa sentire, ma dura poco: ci si immette presto su una comoda sterrata che torna a respirare in piano.
Tra rivoli che scorrono timidi e fontane che sembrano vive solo per metà, il cammino alterna cemento e scorciatoie tra prati, fino a un ponticello dalle transenne verdi. Da qui in avanti, il sentiero prende a guadagnare quota più seriamente. I cartelli indicano Artavaggio, e la nostra meta è sempre più vicina, anche se il sentiero, a tratti, sembra volerci mettere alla prova.
Tra una radura e l’altra, il bosco ci riaccoglie. L’acqua nel torrente ormai è poco più di un sussurro. La salita si fa di nuovo ripida, costeggiata da cavi di teleferiche e segnata da piccole reliquie del cammino: una panca di traversine ferroviarie, un masso con la scritta “Bocia”, poco dopo un’altra incisione azzurra che indica il Rifugio Cazzaniga. Sono segni che parlano di passaggi antichi, di escursionisti di ieri e di oggi che hanno lasciato un’impronta gentile, come a voler dire: “anche noi siamo passati di qui”.
La fatica si misura a strappi, alternata da tratti pianeggianti che sanno di tregua. Poi si torna a salire, tra grossi massi e nuove panchine di fortuna. A quota 1110 m una scritta appena visibile su un sasso — “Ca Rov.” — invita a deviare su un sentiero poco evidente: ma noi proseguiamo diritti, sempre più in alto, fino all’incontro col sentiero n. 24, che ci prende per mano negli ultimi metri.
L’arrivo al Rifugio Sassi Castelli, a quota 1335 metri, è discreto e meritato. Il dislivello complessivo è di circa 775 metri, e il tempo impiegato per questa salita varia, ma si aggira intorno alle due ore e un quarto. È un’escursione accessibile, ma mai banale: un piccolo viaggio nella montagna autentica, quella fatta di silenzi, salite vere e segni lasciati dai passaggi di chi, come noi, ama guadagnarsi il panorama un passo dopo l’altro.












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